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giovedì 23 aprile 2009

Clamorosa conferma di Mario Botta

“La torre? La mettiamo orizzontale”















Al Festival “Città e territorio” di Ferrara l’archistar ticinese ha parlato del progetto di Sarzana.
Ha criticato le volumetrie, frutto di scelte politiche, “che mettono in croce l’architetto, chiamato a trasformare i dati quantitativi in qualità architettonica”.
“A volte ci si riesce – ha detto - a volte è meglio rinunciare”.
E alla nostra domanda “Ma un Maestro dell’architettura non può dire agli amministratori: state sbagliando”?, la risposta è secca: “Credete che non l’abbia detto? L’ho detto più volte”.


Servizio a cura di Carlo Ruocco

















Mario Botta sul palco di Ferrara illustra il suo progetto di Treviso.
Due palazzi sono a ponte.


Ferrara. 18 aprile. Sala estense del palazzo comunale. Le colonne neoclassiche, sormontate da capitelli, la struttura teatrale con tanto di palcoscenico, è l’ambiente giusto per ospitare un archistar. Mario Botta sul palco ha appena concluso la sua esposizione dei nove progetti realizzati nell’arco di anni in giro per il mondo. Il tema assegnatogli era “L’architettura e gli spazi pubblici”. L’architetto svizzero è uno dei tanti oratori, che hanno affollato le quattro giornate del Festival Città Territorio, alla seconda edizione nella splendida città romagnola, centro storico d’eccellenza, patrimonio dell’umanità per l’Unesco. Prima di lui, nei tre giorni di apertura, i mostri sacri dell’urbanistica europea, come Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, lo spagnolo Josep Maria Llop, il portoghese Joao Nunes, Bernardo Secchi hanno sviluppato il tema del coinvolgimento dei cittadini, delle associazioni di cittadini nel disegno delle città, nella ideazione degli spazi pubblici, pensati come l’anima dei centri urbani, luoghi nel quale società e città s’incontrano e generano comunità, come sono state nei secoli le nostre belle, ampie, soleggiate piazze.

L’urbanistica partecipata contrapposta all’urbanistica “contrattata” tra amministrazioni pubbliche e potenti gruppi privati, l’interesse dei cittadini prevalente sull’interesse privato, sono il filo conduttore del Festival in questa terra di Romagna che di rosso, evidentemente, non ha solo i mattoncini dei suoi antichi palazzi medievali, del Castello Estense, delle sue chiese.
Alle 20 e 30, conclusa la relazione, Botta si concede a qualche domanda. La prima a rompere il ghiaccio è una studentessa spezzina, Sara Dughetti, che studia all’università di Ferrara. Sara, che non fa mistero della sua adesione al Comitato “Sarzana, che Botta!”, chiede di farle comprendere, alla luce di quanto il Maestro ha esposto in conferenza, quale sia l’idea di creazione di spazio pubblico, che sta dietro al Piano di Sarzana.
Domanda molto pertinente (e anche un tantino impertinente!), perché il progetto di Sarzana non è neppure lontano parente dei nove progetti illustrati dall’architetto Botta in conferenza. Ovunque grandi spazi, proporzione con gli ambienti circostanti, attenzione al contesto, pur rimanendo sempre fedele al “mattoncino rosso” come pelle buona per tutte le stagioni, tutte le latitudini e longitudini. Mai una galleria coperta, incassata tra due “stecche” di quattro piani di mattoni rossi, spacciata come piazza.
L’archistar ha un momento d’incertezza. La prende alla larga. Smorza la portata del “progetto Sarzana”.
Mette subito le mani avanti. “Difficile parlare senza avere davanti il progetto”, esordisce.
“E poi– si schermisce - non si tratta ancora di un progetto. Siamo ancora al plan mas. Un piano planivolumetrico, dove la parte essenziale dello spazio pubblico è il recupero dell’ex mercato, che diventa una piazza coperta. Attualmente stiamo lavorando, perché la prima ipotesi era quella di fare una torre per permettere un grande spazio libero come stazione degli autobus e che adesso stiamo rivedendo”.
E qui l’annuncio clamoroso: “Abbiamo preso la torre e invece di metterla in piedi l’abbiamo messa in orizzontale. Stiamo ancora elaborando questo progetto, ma il Piano di Sarzana è uno degli esempi classici di ricucitura del tessuto urbano, a cui è chiamato l’architetto contemporaneo. Noi dobbiamo correggere gli errori fatti nel passato e cerchiamo, là dove è possibile, di ricucire il tessuto per consolidare quelle parti che si ritengono importanti. E’ che a Sarzana c’è il grande taglio della ferrovia, l’asse viario d’ingresso alla città e così via. E poi si deve lavorare con quei quantitativi, che sono stati dati come scelte politiche. Per questo ogni tanto l’architetto viene messo in croce. Noi veniamo chiamati a dare forma a scelte politiche. Come nel caso di Treviso, l’appetito vien mangiando. Io a Treviso ho passato sette amministrazioni e ogni volta chiedono altri elementi. Il problema dell’architetto è di capire ogni volta se riesce ad avere la forza di trasformare questi dati quantitativi in qualità architettonica. Qualche volta ce la si fa e qualche altra volta è forse meglio rinunciare”.
Il dibattito prosegue per pochi minuti. La cena incombe. Ma l’occasione di confrontarsi faccia a faccia con il progettista di “Sarzana 2” è troppo forte.
All’uscita dalla Sala Estense Mario Botta si guarda attorno, quasi si aspettasse il secondo round. E, avvicinato, accetta molto affabilmente di rispondere ad alcune domande.
Professore, un architetto di fama mondiale, invece di farsi mettere in croce, non può spiegare all’Amministrazione di un piccolo comune che quei volumi sono eccessivi?
“Più volte ho detto all’Amministrazione che quelle volumetrie sono esagerate. Cosa pensate che non gliel’abbia detto? Intanto però la torre non si fa più”.
Ma lei ha annunciato che la metterà in orizzontale. Scelta che potrebbe risultare altrettanto pesante.
Botta: “Si stanno studiando anche altre soluzioni”.
I palazzi d’ingresso alla città non sono uno scherzo ….
Botta: “Sono della stessa altezza dei palazzi attorno”.
Facciamo osservare che non è così.
Botta: “Mi dicono che sono le stesse altezze dei palazzi esistenti. Gli indici che mi hanno dato sono quelli. Comunque quelle sono le volumetrie che hanno assegnato ai privati. L’errore è di tanto tempo fa. L’ho fatto più volte notare all’Amministrazione, anche se sono convinto che è bene contenere il perimetro della città, non espanderla”.
Osserviamo che il tempo ha dimostrato che quegli indici, non fondati su studi demografici, erano sbagliati.
Botta: “Come fu redatto quel piano, come furono formulate quelle previsioni non lo so. Sono le scelte politiche di cui parlavo”.
Interviene la moglie. “Siamo offesi per l’articolo sull’Avvenire” (che potete leggere sul blog, n.d.r.).
Botta: “Sai come sono i giornalisti”.
A poca distanza alcuni amici dell’archistar fanno apprezzamenti sulla bellezza di Sarzana. Attendono il Maestro per la cena.
Botta si congeda: “Avremo modo di continuare il discorso. Magari a Sarzana”.

lunedì 6 aprile 2009

Intervista di Mario Botta sul Corsera dell'8.4.2009

«Le città italiane ed europee
hanno bisogno del loro passato» 

«Non bisogna avere fretta, ma ricostruire soltanto quando ci sarà un’idea davvero chiara su come dovrà essere la nuova città dell’Aquila ». L’affermazione di Mario Botta, l’architetto svizzero (è nato a Mendrisio nel 1943) definito «tra i più celebri progettisti della contemporaneità » e più volte in odore di Pritzker Prize (il Nobel dell’Architettura), all’apparenza potrebbe anche sorprendere. Ma poi, a guardarla bene, non più di tanto perché, come lo stesso Botta tiene subito a precisare, «naturalmente tenendo conto di quelle che sono le necessità primarie delle persone colpite dal terremoto ». 
«Essenziale, prima di formulare ogni ipotesi, è innanzitutto sapere lo stato reale della città, il suo grado di distruzione; appunto per questo dico che è meglio aspettare, la fretta è una cattiva consigliera, soprattutto in queste tragedie, perché spinge a voler ricostruire tutto e subito e non sempre questa è la via giusta da seguire». 
In questo senso, allora, è meglio aspettare? «A L’Aquila, come in tutte o quasi le città italiane, ci sono certo i palazzi, spesso segnati da una grande storia e da un’immagine pubblica e ci sono i ponti: quelli, certo, vanno ricostruiti in tempi stretti. Ma poi ci sono anche aree distrutte che forse non è così necessario ricostruire ex novo. Il compito di chi dovrà ripensare a L’Aquila dopo il terremoto è molto difficile perché, da una parte bisogna ridare alla città la propria funzione; dall’altra, bisogna ritrovare la memoria di quello che è stato distrutto; dall’altra parte ancora è necessario guardare verso il futuro. E infine—conclude Botta—bisogna saper mantenere la memoria di questo evento per quanto tragico». Perché, dice, «Anche a Messina c’è un prima e un dopo il terremoto». 
Allora come ricostruirebbe Mario Botta una città come L'Aquila? «Innanzitutto mantenendo intatta la memoria del prima e del poi. Quindi non ricostruirei mai una new town, un’ipotesi impraticabile soprattutto in una realtà come quella italiana, in cui le città non sono certo costruite secondo il criterio della funzionalità, ma piuttosto della memoria; le nostre sono città indissolubilmente legate al passato, con un’identità storica e culturale unica ». E allora, il primo compito, per Botta diventa così «quello di ricucire lo strappo provocato dal terremoto perché non si dimentichi, ma al tempo stesso anche non perdere un’occasione buona per ripensare la città, non tutta la città, ma un quartiere, magari degradato». 
La memoria, la storia, il passato, l’appartenenza sono d’altra parte elementi costanti del pensiero di Botta: «L’unicità di tutte le nostre città, parlo di quelle italiane ma anche di quelle europee, rappresenta un patrimonio incredibile in un momento in cui la globalizzazione, il pensiero unico comincia a mostrare le proprie incertezze». E prosegue: «Il nostro orgoglio di cittadini del Vecchio Continente nasce proprio da questo sentirsi parte di una realtà unica. Le new town possono andare bene in Asia o in Giappone, ma non va neppure bene ricostruire città "in stile", senza memoria e nemmeno senza segni di modernità». 
Dunque, il dialogo prima di tutto. Un dialogo ricucito senza fretta: «Non bisogna ricostruire "tutto e subito" perché c’è l’emergenza; bisogna riflettere, ritrovare i nostri legami, le nostre radici, la nostra storia». In questo (ma Botta tiene subito a chiarire «non voglio essere assolutamente frainteso» perché questa «è una tragedia davvero grande») «il terremoto può rappresentare un’occasione straordinaria per ripensare anche il futuro delle nostre città». 
Stefano Bucci

martedì 3 marzo 2009

Botta: cittadini egoisti. Guarda il video!


Da Boccadasse a Sarzana
i tanti volti di un archistar
giovedì al Moderno

L'appuntamento è fissato per il 17 di giovedì 5 marzo al cinema Moderno. L'architetto svizzero Mario Botta illustrerà alla città la seconda versione del piano di via Muccini, "torre mantovana dell'acqua" di sessanta metri compresa. Orario complicato per chi lavora nel settore privato o per chi studia fuori sede. C'è da augurarsi che sia un primo confrontro. A Boccadasse Botta è andato più volte e sotto la spinta popolare ha modificato cinque volte il progetto di recupero del vecchio deposito di autobus. Non sappiamo, esaurita la presentazione da parte degli amministratori e l'illustrazione del progetto da parte dell'architetto Botta, quanto tempo rimarrà per gli interventi, le domande. Occorre prepararsi per un confronto serio, con argomenti consistenti. Ed essere presenti in tanti, per far capire che la città vuole discutere e che non ritiene affatto questa scelta "definitiva" , come scritto dall'assessore Bottiglioni sul sito del Comune. Sempre a Boccadasse Botta ieri è tornato a parlare dei diritti dei cittadini a dire la loro, ad avere progetti contestualizzati all'ambiente, verde e spazi fruibili. Le contestazioni? I cittadini amano la loro città e la difendono - dice l'archistar ticinese - ma una parte lo fa in maniera egoistica! (per caso, quelli che rifiutano il suo progetto?).


lunedì 2 marzo 2009

Mario Botta e il Festival della Mente

Il Comune deve progettare
il verde, le piazze, i vuoti

IL VECCHIO MERCATO
sarà la piazza che alla zona sud della città ancora manca. E diventerà davvero città quella grande area che oggi appare come un disordinato «puzzle» di edifici degradati e spazi confusi. L’architetto Mario Botta la sfida l’ha raccolta diversi mesi fa ed ora ha idee chiare su come provare a vincerla. 
«Tentare di ricucire le aree dismesse ai margini del centro storico con le sue parti già strutturate, dare a quelle zone, compiutezza, un’immagine definita, un ruolo» spiega il grande architetto svizzero che ha disegnato, tra gli ultimi interventi, il nuovo casinò di Campione d’Italia, uffici e residenze a Treviso, la biblioteca universitaria di Trento, il museo d’arte Bechtler a Charlotte, la galleria e museo d’arte della Tsinghua University in Beijing, gli uffici Leeum a Seul, le stazioni della metropolitana di Napoli. Lo intercettiamo mentre cerca di consumare un pranzo rapido tra la conferenza di Oliviero Toscani e la sua relazione proprio su «Architettura e territorio. Due forme d’espressione del proprio tempo» per il Festival della Mente. RICUCIRE è la «parola d’ordine» sua e dell’amministrazione comunale. Ed entrambi, in quella vasta area che parte da un albergo Laurina ormai condannato da decennale abbandono, costeggia la linea ferroviaria e arriva quasi al casello autostradale, cercheranno di dare risposte alle esigenze di una città cresciuta più in fretta della sua architettura, di mettere ordine e logica. 
«Sarzana, una realtà medio-piccola, proprio per questo tra le più belle che esistono nel contesto urbano, capace di garantire al cittadino di vivere la cultura del proprio tempo e i sedimenti della sua storia. L’unico anticorpo alle lusinghe della globalizzazione» assicura l’architetto Mario Botta. Lui ha lavorato sul «modello asiatico» che progetta il nuovo azzerando l’esistente, e su quello «europeo» che chiede al futuro di integrarsi con il contesto esistente. Quello che farà a Sarzana. 
Non vuol sentire parlare di «torri» al posto del vecchio mercato di piazza Terzi, tantomeno di grattacieli. Anticipa solo che «quell’area diventerà una grande piazza coperta, un punto di aggregazione e di incontro». Sopra? Forse una costruzione che richiama i silos del vecchio scalo merci ferroviario perché sarà il nodo intermodale il centro del suo progetto pubblico. 
«E' assurdo che ci sia un capolinea senza stazione degli autobus, senza servizi, mancano i marciapiedi e devono essere pavimentati, protetti, illuminati. A Sarzana si arriva nel centro in pochi minuti. Ci sono strade sbagliate, da spostare o raddrizzare. Servono i parcheggi altrimenti la città muore soffocata. Il vuoto è forse più importante del pieno - spiega il grande architetto - e quello che le amministrazioni pubbliche devono progettare sono i vuoti: spazi verdi, viabilità, parcheggi, piste ciclabili, piazze».
Non è troppo tardi per farlo secondo Mario Botta, anzi.
«L’aspetto positivo è che l’amministrazione comunale ha preso a pretesto le iniziative in corso sulle aree private per realizzare un piano complessivo e piegare lo sviluppo della città alle esigenze della collettività. Naturalmente per realizzare i vuoti, che costano ma non portano reddito, bisogna consentire di costruire. Quanto? Saranno gli indici dei piani comunali e le esigenze concrete a deciderlo, non io».
Emanuela Rosi
La Nazione. 2 settembre 2007

A Boccadasse grande rispetto per il vicinato

Ad Albaro (Genova), quartiere Boccadasse, Mario Botta è da sei mesi in lotta con gli abitanti, che ne contestano i progetti redatti per Abitcoop in variante al piano urbanistico.
In un'intervista a Repubblica, cronaca di Genova del 28 febbraio scorso, ha spiegato la sua ultima rielaborazione. Nessun palazzone anni Sessanta-Settanta, tanto verde, piazza pubblica e "grande rispetto per il vicinato". Della serie "Botta contro Botta".
Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista.

Architetto Botta, ha rivisto le sue idee per Boccadasse? 
«È una normale progettazione in progress, si va avanti per approssimazioni progressive. Dove c' era un grande recinto chiuso, si va a costruire un isolato che si possa attraversare trasversalmente». Lei non costruisce abitualmente case... «L' ho fatto, ma più che altro sono musei, biblioteche, chiese: luoghi di uso pubblico. Mi interessa il riuso delle zone obsolete, che necessitano di una nuova destinazione, come in questo caso la rimessa dei bus; ed è una delle cose più importanti dal punto di vista sociale, si interviene dove c' è già una città. Quelle europee si riconoscono anche nella ricchezza della stratificazione: più funzioni sovrapposte di memoria e storia costituiscono il vero valore del sito». 
Quindi, a Boccadasse qualcosa deve far ricordare i bus? 
«Il problema è sempre quello di scegliere il da farsi. Abbiamo escluso l' idea di palazzoni anni Sessanta-Settanta, che peraltro sono a margine. Abbiamo pensato ad una urbanizzazione particolare, che permette una trasversalità spaziale: nelle stesse dimensioni della rimessa, un disegno unitario non attraversabile, ora c' è invece la possibilità di farlo. Con lo sguardo e fisicamente. Con un giardino interno, una vera e propria piazza per il quartiere. Mi sembra meglio di un solaio come l' attuale... «. 
Architetto, nel quartiere c' è stata una vera e propria sollevazione per le volumetrie. Le ha ridotte, quindi? 
«C' è grande rispetto per il vicinato, stiano tranquilli. Abbiamo trovato soluzioni interessanti: una costruzione perimetrale che va da un solo piano nell' area più alta fino a tre in discesa, che ripercorre il perimetro dell' attuale impianto, e una grande corte interna. Il perimetro è su tre lati, e si interrompe per due edifici cilindrici da sei piani, la cui altezza, una ventina di metri, non supera quella dei palazzi intorno. Sono due nodi, leggermente arretrati, che permettono di entrare nella corte verde interna, aperta verso il mare. È una tipologia che tiene conto del sito, ripercorre la memoria del recinto urbano e dà un nuovo fronte. Si è svincolati dal problema dei parcheggi, all' interno della piazza, oltre i giardini, c' è un portico coperto, ci sono elementi di complemento che arricchiscono il quartiere». 
Nei suoi edifici si ripete spesso una "pelle" costruita con i mattoni. L' ha pensata anche per Genova? A poca distanza c' è il borgo di Boccadasse, pietra e ardesia di Liguria... 
«L' ardesia non è utilizzabile per un tetto piano. ma non mi dispiacerebbe un mattone molto chiaro, rosato; anche una pietra dai colori pallidi. In ogni caso una materia naturale, che abbia un dialogo di facciata con il verde. Ovviamente, considerando i costi». 

sabato 31 gennaio 2009

L'INTERVISTA di NATALIA ASPESI

Mario Botta 
"Ora basta con le città verticali"

La cupola di vetro del museo di Rovereto, il restauro della scala e le mille polemiche. Pensa che l'era dei grattacieli sia finita: li vogliono solo gli orientali che ci copiano. Mario Botta, architetto sessantenne, ha scritto un suo "quasi diario". E' il tempo delle città che dilagano e si innalzano tra opulenza e povertà, tra bellezza, volgarità e speculazione, che cercano nuove immagini simboliche alla ricerca di una identità, è il tempo degli architetti-star, i veri creatori di un'arte contemporanea non volatile né vuota, il tempo del costruire itinerante, della globalizzazione delle metropoli, del progettare a Londra i palazzi di Shanghai e a Basilea quelli di Tokio, mentre è a Milano che Gae Aulenti ha disegnato il nuovo museo di arte asiatica di San Francisco e Vittorio Gregotti due nuove città in Cina. 
Ma è anche il tempo, dice Mario Botta, «di rivedere criticamente i modelli di sviluppo urbano dopo la tragedia americana dell'11 settembre 2001. La città in verticale è un mito in crisi, non ha più senso concepire luoghi di lavoro al 50º piano di un grattacielo, quando si potrebbe installarli in spazi orizzontali molto più rassicuranti e vivibili. Costruire in altezza oggi non è più funzionale, è una forzatura se non lo impone la forma del terreno ad isolati come a Manhattan: perché comunque hai bisogno di spazi enormi per creare attorno al grattacielo quei giardini, quei vuoti, che li rendano umani. Londra per esempio, è attraversata da un grande fiume, ha orizzonti vasti, su cui i grattacieli non incombono. Mentre Milano il fiume e gli spazi non ce li ha». 
Mario Botta, 60 anni, ticinese, è di quelli che girano i continenti, partendo da una vecchia filanda di Mendrisio dove vive, per costruire il più grande teatro del mondo accanto allo storico Mariinsky a San Pietroburgo, o due palazzi attrezzati con la più alta tecnologia per l'ultima generazione di programmatori di computer a Hyderabad in India, o un museo d'arte contemporanea a Pechino: «Bisogna stare attenti ai cinesi perché sono pronti a divorarci. Questo museo è voluto da un'università a carattere scientifico che ha capito l'importanza della trasversalità, di come scienza e arte debbano convivere per mantenere quel tesoro inestimabile che è la cultura». E' appena tornato da Seul viaggiando, come tutti quelli che lo fanno per lavoro, con la velocità un po' demente di una fuga costante da ogni luogo: Zurigo-Seul-Milano in tre giorni. Anche lui ha ceduto al grattacielo, o quasi: «130 metri di altezza, 30 piani, è un grattacielo imperfetto, un quasi grattacielo, le due torri Kyobo Towers, che si innalzano come un segno di riconoscimento nella Babele, nell'amalgama infinita di queste metropoli asiatiche». Alla Royal Academy di Londra, Sky High, la mostra dedicata ai grattacieli, curata da una massima celebrità, il settantenne architetto dandy Norman Foster, (progettista tra l'altro del famoso "cetriolone erotico", la nuova torre londinese di Swiss Re), chiarisce che non sono più gli Stati Uniti la patria delle costruzioni verticali, ma le nazioni asiatiche dove si moltiplicano come simbolo di prestigio, ricchezza, potere, competitività, sopra le periferie degradate, le baraccopoli, milioni di miserabili: «Il problema è che l'India, la Cina, la Corea, con l'avanzata capitalista, prendono il peggio del modello occidentale, trasformano le città in una caricatura di quelle americane, sono incantate dall'high tech, dal vetro, dallo specchio, dall'acciaio, le riducono a scintillanti luna park, distruggono interi quartieri storici. Un errore che anche noi abbiamo fatto in passato, di cui in Europa ci siamo pentiti, ho detto al vicesindaco di Shanghai, che mi ha risposto entusiasta: "Ma noi questi quartieri li ricostruiremo più belli e più antichi di prima"». Sono gli architetti che come Mario Botta girano il mondo per costruire ovunque i palazzi del potere e della ricchezza, ad essere testimoni diretti della terribili disuguaglianze della modernità. Lo racconta nel suo bel libro appena pubblicato, Quasi un diario, che gli assomiglia: scritto molto bene, senza supponenza professionale, come è il suo aspetto di uomo mite e sereno, attento agli altri, appassionato del suo lavoro, appartato. Ecco il suo arrivo a Mumbai in India, che lo sconvolge per la moltitudine di diseredati, «scheletri vestiti che allungano lo sguardo per sollecitare dal fondo della notte un disperato obolo», fagotti umani che improvvisano giacigli lungo la strada dell'aeroporto. «La povertà metropolitana è terribile: si condividono gli stessi spazi, si utilizzano le stesse strade, si fruiscono i medesimi paesaggi. La battaglia per sopravvivere che la povertà affronta ogni giorno si svolge, quasi fosse naturale, tra gli spazi osceni della nostra opulenza». 
Tranquillo per natura, Botta «si imbestialisce», come dice lui stesso, quando gli attacchi contro il suo lavoro sono «strumentali e ideologici», come è capitato per la Scala di Milano del cui restauro-rifacimento si sta occupando. Però gli passa subito, perché, «dopo un lungo periodo di disinteresse dei cittadini verso le trasformazioni nella loro città, ben venga la protesta, l'attenzione per i valori simbolici delle istituzioni in cui tornano a identificarsi». E cita Le Corbusier che osservando a Parigi una manifestazione di operai che chiedevano migliori condizioni di vita, commentò, «Finalmente la strada ai pedoni!». Quando il Piermarini mise mano alle scene, dice l'architetto, l'illusione ottica si otteneva con le candele. Dopo, il primo intervento pesante lo fece Luigi Canonica, nel 1816, e via di seguito, ci furono interventi negli anni '30 e dopo la ricostruzione, soprattutto negli anni '50. 
«Le demolizioni di oggi riguardano solo il cemento armato: bisognava vedere cosa era il tetto del teatro, una foresta di costruzioni abusive una sull'altra, un vero disastro, una cosa indifendibile. Abbiamo immagini che fanno paura. La voragine che spaventa tanti cittadini e che riguarda solo il palcoscenico è quella che consentirà di avere un teatro tecnologicamente moderno, finalmente». Quanto alla torre scenica, anche quella causa di indignazione «supera solo di due metri e 40 centimetri quella precedente, solo che adesso abbiamo fatto ordine in quell'accozzaglia di cemento. Il Piermarini è venuto a trovarmi in sogno, e si è complimentato per il nostro lavoro. Io credo nel confronto, così ho incontrato i responsabili di Italia Nostra, e anche Milly Moratti e penso che mi vogliano bene. Però ho detto loro: dove eravate quando hanno stanziato 87 miliardi per i lavori, era allora che dovevate intervenire, non ad appalti conclusi e a cantiere aperto». Un esempio bello di integrazione «tra l'immagine figurativa dell'antico e quella astratta della modernità» è il Museo d'Arte Moderna di Rovereto, dove una cupola di vetro e acciaio e una ampia costruzione parzialmente interrata si servono della facciata di due antichi palazzi: «Ci sono voluti 14 anni e sette amministrazioni per concluderlo. Ma la forza dell'architettura è di non avere i tempi delle elezioni e di rispondere solo ai bisogni della collettività. Arrivare alla fine mi è sembrato un miracolo. Ma si partiva da un gesto elegante di rinuncia da parte del capoluogo, Trento, da un territorio fertile di valligiani un po' duri, da una città dalla bella cultura mitteleuropea, la città di De Pero, di Melotti, di Sottsass». 
Tra Los Angeles e Rovereto, sceglie Rovereto, «perché le città piccole hanno qualità di vita straordinarie». Lui stesso vive «ai margini, perché le condizioni di frontiera sono un privilegio, e consentono di guardare al mondo in modo più disincantato, di non subire le pressioni del centro, dove la gestione del potere pone limitazioni, costringe all'autocensura».Mario Botta si definisce italo-svizzero: figlio di madre italiana, si è laureato a Venezia con Carlo Scarpa, la sua lingua è l'italiano, la sua città di riferimento non è Zurigo ma Milano, che considera la sua capitale morale, la sua sorgente culturale: si sente svizzero ma pensa che la sua patria sia molto più larga. Gli capita di pensare alla Svizzera come Dürrenmatt, che la giudicava una prigione, ma anche di capirne il paradosso, oggi essenziale, di riuscire a tenere insieme le differenze: e scrive «Il pericolo della Svizzera è quello di morire soffocata dai suoi stessi privilegi». Ricorda sempre cosa gli disse lo scultore Alberto Giacometti, suo compatriota, «Poveretto, sei svizzero anche tu, dovrai fare tutto da solo». 
Nel suo lavoro, Botta non dimentica una frase di Heidegger, «Abitare viene prima di costruire» e una di Ruskin, «E' anzitutto alla casa di abitazione che occorre rivolge la massima cura. Se gli uomini vivessero veramente da uomini, le loro case sarebbero dei templi». E rivendica «il primato di una condizione dell'habitat radicata alla geografia, alla storia e alla cultura, ove l'uomo oltre a prendersi cura di sé, cerca le proprie radici e consolida le proprie tradizioni». Diffida degli esempi americani «perché i loro palazzi, anche stupendi, sono come oggetti di design ingranditi, senza storia né memoria». Non gli piace il postmoderno perché, come ha detto una volta a Max Frisch, architetto diventato grande scrittore, «è un virus, una degenerazione, una moda che confonde il bisogno di storia con lo stile». La bellezza è nella vecchia Europa che «non ha colto del tutto le possibilità di resistenza alla banalizzazione del moderno, la forza degli anticorpi della storia, del tempo, che è l'architetto più straordinario, più estroverso, meno legato all'ortodossia». Ovunque ci sia passato, persino nelle favelas di Mexico City, c'è una possibilità di futuro: «Nella loro povertà, appartengono alla vita urbana, fanno meno paura di un'architettura razionalista, sono meno pericolose di uno spostamento, allontanamento in quartieri nuovi che sradicano la gente e la privano della loro storia». Il vero dramma del nostro tempo «E' la nuova mobilità dei poveri: a Zurigo sono bastati 200 diseredati che si sono installati nel parco per mettere in crisi tutta la città. Ma queste migrazioni sono inarrestabili, e anziché esasperare le chiusure, la difesa, la sicurezza, le nostre città dovrebbero accogliere questa disperazione e imparare prima di tutto a offrire alloggi decorosi. I senza tetto sono persone a metà, la casa non è solo un rifugio, una protezione, ma è dignità, è memoria e partecipazione alla vita collettiva». 
di Natalia Aspesi da La Repubblica del 02.07.03