
In attesa di organizzare una serata dal titolo
"Verso una nuova città: paesaggio, fiume e parco campagna"
pubblichiamo un primo contributo del Prof. Silvano D'Alto (qui).

PER UNA NUOVA VISIONE DI PIAZZA TERZI di Silvano D'Alto
Marc Augé sostiene nel suo libro Nonluoghi che un 'luogo' per essere tale deve avere tre caratteri:
relazione, identità, storia.
Un luogo che manchi di questi caratteri è un 'nonluogo'.
Una forte critica al sistema tutto italiano di scegliere i professionisti a cui affidare i progetti ci arriva da Rudy Ricciotti, architetto già vincitore del progetto per il nuovo palazzo del cinema di Venezia.
In Italia, dice, nei concorsi vengono premiati quasi esclusivamente architetti stranieri che hanno opere uguali in tutto il mondo.
A Sarzana, diciamo noi, è stata negata anche la possibilità del concorso.
Per leggere un estratto dell'intervista al progettista francese di nascita, ma culturalmente legato all'Italia (è intervenuto di recente sulla questione della ricostruzione dell'Aquila con queste parole: “Gli architetti di fama internazionale, se hanno veramente qualcosa da dire a proposito di questo dramma, e se amano l’Italia non solo durante il mese di agosto, allora che lavorino gratuitamente") CLICCARE QUI.
Scopo della missiva è quello di eccepire l’omesso avvio di procedura istruttoria a partecipazione pubblica, detta comunemente VAS (Valutazione Strategica Ambientale). LEGAMBIENTE, esaminata la documentazione relativa l’intervento progettuale urbanistico, ha ravvisato una violazione alle normative sulla VAS (...) tenuto conto del forte impatto ambientale.
E ancora leggiamo che le modifiche al P.R.G. vigente includono:
1) VARIAZIONI AL PERIMETRO DELL’AREA DI INTERVENTO;
2) VARIAZIONI INERENTI LE INFRASTRUTTURE;
3) VARIAZIONI NEL NUMERO E NELLA FORMA DELLE UNITA’ DI INTERVENTO;
4) INCREMENTO SUPERFICI A DESTINAZIONE D’USO A SERVIZI PUBBLICI E ATTREZZATURE COLLETTIVE DI USO PUBBLICO (da mq 4682 a mq 5177, con incremento di 495 mq);
5) VARIAZIONI NEL NUMERO, FORMA E DIMENSIONI DELLE UNITA’ EDILIZIE (spicca tra queste la realizzazione della Torre c.d. “Botta” di 60.5 metri di altezza- 25 di diametro di base 25 metri e 37 metri di diametro di cappello superiore a poca distanza dal centro storico, e di un palazzo circolare di 31 metri di altezza- mentre le altezze delle altre strutture abitative, facenti parte del progetto, sono non inferiori ai 20 metri);
6) MODIFICA DELLA CAPACITA’ INSEDIATIVA COMPLESSIVA ATTRAVERSO LA DEMOLIZIONE DI EDIFICI ESISTENTI.
Contrariamente a quanto sempre sostenuto dagli organismi comunali, dalla lettura delle carte risulta che la superficie SUA complessiva viene incrementata di 2164 mq, in quanto passa da 60272 mq a 62436 mq.
La lettera (che invitiamo a leggere per intero nella pubbblicazione che ne fa Cronaca4 cliccando sul titolo) continua dettagliando le carenze nelle procedure adottate e conclude chiedendo all'Autorità Regionale di
Cari amici del Comitato, apprezzo molto questa iniziativa del blog che avete aperto. Aiuta a partecipare nel campo dell’urbanistica così poco seguìto quando si tratta di strumenti – con le sorprese quando le scelte si attuano – ma così vivo quando i progetti diventano visibili e comprensibili. Ho assistito giovedì alla presentazione del progetto di via Muccini e dell’ex stazione autobus. E’ stato un incontro civile e interessante che la presenza del Comitato ha saputo rendere vivo e dibattuto.
Queste le mie considerazioni – che avrebbero bisogno di ulteriori riflessioni e analisi – sull’incontro di giovedì pomeriggio.
Il primo problema, che forse li contiene tutti, è l’alta edificabilità delle due aree – via Muccini e la ex stazione autobus – di cui si compone il piano del 1994. L’indice di 0,87 su una superficie di piano di 16.000 mq e con una superficie utile di 54.000 mq di edificato è stato presentato dall’architetto Botta come modesto: ma non è modesto. Il volume complessivo di progetto nell’area di intervento – composta da due parti nettamente distinte – è di circa 200.000 mc. lordi. Questa volumetria dà un indice di circa 3,7 mc/mq. Si tratta di un indice urbano di tutto rispetto, anzi direi decisamente pesante per un intervento nel perimetro: o comunque nell’area circostante, di un piccolo prestigioso Centro Storico.
Ma gli indici dicono poco quando si tratta di entrare nel merito della qualità urbana, in una contenuta – assai contenuta – città, tuttavia carica di storia. Mi è venuto di scrivere ‘prestigioso’: e qui è la prima, non piccola divergenza, dal pensiero di Botta, che – vorrei aver capito male – ha indicato la città della storia pregressa come la “città dei morti”. Vorrei aver capito male: perché il rapporto con la città della storia è il dialogo con le generazioni che ci hanno preceduto. È un dialogo vivo, del quale oggi abbiamo assolutamente bisogno. Tanto più quando si tratta di spazi urbani: che incorporano, in un tragitto millenario, il senso della città . È un valore assolutamente originale per ogni città: è, per eccellenza la massima e più sottile dimensione simbolica, vera partecipata rappresentazione del mondo. È questo che ci attrae nella storia delle nostre città europee.
Le città del passato non sono città dei morti. La città dei morti precede la città dei vivi – osservava acutamente Mumford – perché di quelle radici abbiamo assolutamente bisogno. Il dialogo con la storia del passato non significa ripetizione di forme: tutt’altro, significa cogliere nel passato i valori della ‘novità’ urbana, le ‘emergenze’ di nuovi sensi dell’urbano, che le generazioni passate hanno saputo trasmetterci con la costruzione delle città. Oggi, occorre essere innovativi e creativi come le generazioni più vive della storia che hanno prodotto la città di Sarzana.
Qualche osservazione nel merito del progetto. Comincio da via Muccini. Mi chiedo: perché costruire – come ingresso a Sarzana dalla via Aurelia e dalla autostrada – una strada che si percepisce come aggressiva, pesantemente edificata con palazzi di 7 piani. Dai disegni non si riesce a cogliere un felice senso urbano, per esempio il percorso di un accogliente e conviviale ‘boulevard’.
Meglio – a mio giudizio – una strada più semplice, modesta, serena, con una edificazione leggera: un ingresso che si mostri sensibile all’avvicinarsi ad un Centro antico del valore di Sarzana. A Sarzana c’è una bellissima porta urbana: Porta Romana. Ancor oggi, l’ingresso a Sarzana da viale Mazzini, esterno alla città – malgrado la perdita del magnifico viale di platani e la condizione attuale di viale trafficato – resta pieno di fascino: per la bellezza della porta barocca, per il delinearsi leggero e trasparente, in lontananza, del campanile della cattedrale. La porta non è un ‘portale’, ma un percorso di avvicinamento. Solo dopo, si varca una soglia. Si è preparati a varcarla.
La torre – che l’architetto Botta definisce ‘torretta’– è il maggiore di tre edifici, costipati in una piccola area al confine e a ridosso della linea ferroviaria: che il progetto propone come ‘nodo di interscambio’ (ahimè, gli stereotipi dell’urbanistica!). Gli altri due sono: la piazza coperta e la stazione autocorriere. Tre edifici che si contendono lo spazio fisico: tre oggetti che, a me sembra, si ingombrano reciprocamente perché manca lo spazio: quello fisico e quello urbano.
Non c’è dubbio che questa torre si inserisca nella nuova forma di competizione fra le città: per costruire il segnale della propria originalità e affermazione. Una torre, se assunta come valore – come segno di una emergenza ‘significativa’ – deve avere un messaggio. Quale è il messaggio che la torre comunica? È il segno che avvia ad una stratificazione urbana nuova? cioè ad un spinta verso spazi tendenzialmente esclusivi, sulla base di una domanda che proviene dall’esterno (residenziale o terziaria)? i cui costi – non solo vantaggi – finiranno per ricadere sull’area urbana esistente e sul territorio? In che misura risponde al bisogno locale di razionalizzazione dei servizi amministrativi? O le dimensioni extra-locali saranno di gran lunga prevalenti?
E’ una torre orgogliosamente chiusa, stereometrica, compatta: come l’immagine dei serbatoi di rifornimento per l’acqua a cui l’architetto dice di essersi ispirato. È una torre che ‘contiene’ piuttosto che ‘accogliere’; si ‘isola’ piuttosto che ‘dialogare’; preferisce l’enfasi alla comunicazione. Nel rendering proiettato giovedì scorso, lo sfondo della torre era dato da un cielo di nuvole bianche. Così la torre e gli altri edifici apparivano sradicati dalla terra. Lo sfondo non doveva essere quello: bensì la città storica. Il rapporto figura-sfondo avrebbe dovuto dire l’interazione tra l’attualità e la memoria. Ma questo non si poteva fare. Altrimenti la torre avrebbe svelato il suo segreto: di fattore de-simbolizzante della città esistente.
Quale risulterà infatti il dialogo con le ‘emergenze’ e con gli spazi storici: di dialogo o di dominio? soprattutto con il leggero, arioso, snello, trasparente campanile della Cattedrale? Con la Cittadella e, più lontano, con la Fortezza? Con le altane che si alzano trasparenti sopra alcuni edifici del centro storico? E anche con gli spazi a terra: con la spazialità elegante e invitante degli androni di via Mazzini? Il paesaggio urbano di Sarzana viene radicalmente mutato dalla torre. Si deve tutti – tutta la cittadinanza – essere consapevoli di quello che sta accadendo. Perciò è indispensabile che la cittadinanza si pronunci. Che la diversità delle idee si confronti e si scontri. Senza ‘insaccare’ il progetto.
La ‘piazza coperta’– così definita nella presentazione – è uno spazio a pianta rettangolare, limitato, lungo i due lati lunghi, da due ‘stecche’ rigide di edifici, ammorbidite da due concavità simmetriche. Mi chiedo se abbia la forza, la ricchezza di luoghi e di spazi, l’ariosità di una piazza vera. Più che una piazza è una galleria: ma francamente non si sa da dove venga né dove vada, perché finisce contro la torre, la quale a sua volta finisce contro la ferrovia: con quella problematica strada lungo il fascio ferroviario che, per quanto ho capito, disimpegna un parcheggio di 600 auto più la stazione autobus.
Si vuole un esempio di piazze vere? Sono quelle di Sarzana: belle in tempo di mercato o di mostre dell’artigianato, o nei convegni collettivi; bellissime quando, dopo la pioggia, sono vuote e silenziose, con il selciato luccicante come un organismo vivo.
Perché fare una galleria che nasconde il sole e aggiunge ombra ad ombra: all’ombra massiccia e greve della torre si aggiunge la luce filtrata della copertura e l’ombra ‘devitalizzata’ dei due notevoli edifici che la fiancheggiano? Se accanto ci fosse una piazza vera, aperta e solare, sarebbe tutto diverso. Ma non c’è.
Non c’è neppure un cenno alle energie alternative e non c’è uno spazio alberato nel nucleo torre-galleria-stazione autobus, perché il grande parcheggio sotto la torre e sotto la galleria non consentirà se non pianticelle decorative.
Non era meglio cogliere l’occasione per prendere spazio: e collegarsi al di là della ferrovia, dove Sarzana, divisa dal fascio ferroviario, potrebbe cercare forme e simboli di un nuovo senso urbano? di una città non più divisa?
Perché non avere il coraggio di ricominciare? inaugurando un tempo di vera partecipazione dei cittadini alla definizione di nuovi spazi urbani e di una nuova città di Sarzana? cioè dimezzando le volumetrie, cambiando le consegne all’architetto Botta e chiedendogli di mettere il suo ingegno al servizio della Città?
Silvano D'Alto
architetto, professore di Sociologia urbana all'Università di Pisa, membro del consiglio della Fondazione Giovanni Michelucci di Firenze
Urbanista, architetto, docente universitario, presidente della commissione urbanistica di Legambiente:
Ho già espresso in un dibattito pubblico a Sarzana il mio “no” a Botta. Bisognerebbe non far costruire nulla o almeno riuscire a far cambiare radicalmente il progetto proposto: che ritengo incongruo, con quella maldestra torre cilindrica fuori scala, inquadrata dalle due stecche con attorno edifici “a ponte” riprodotti con lo stampino, senza alcun raccordo strutturale, dimensionale e visuale con l’ambiente circostante.
L’insieme prospettato è di una rigidità urbanistica, unita ad una presunzione progettuale da archistar, che nulla ha a che fare, sia con il contermine del Centro Antico stratificato, sia con il tessuto del contesto periferico, nel quale il progetto si precipita, come una bomba a fungo, che rimane lì inesplosa. Si tratta di innovazione puramente formalistica, secondo modelli utilizzati indifferentemente da Seul a Sarzana, che nasconde sostanziali intenzioni speculative.
A mio parere due sono le vie d’uscita:
La prima, di contestazione giuridica e urbanistica totale, con ripulsa netta del progetto di Botta.
Infatti, poiché il progetto è in variante al piano esistente, da parte del Comune è obbligatoria, ai sensi dell’art. “45” della LUR n 36, l’applicazione della “Verifica di adeguatezza” dello stato del PUC vigente e, contemporaneamente, l’applicazione non burocratica della VAS (Valutazione Ambientale Strategica), legge europea fatta propria dall’Italia, che impone l’elaborazione del “Rapporto Ambientale” e di “Alternative urbanistiche” del sistema territoriale comunale, che dimostrino in quale misura il “Fungo” e i “Ponti” di Botta siano compatibili con il nuovo PUC. “La VAS, che ha lo scopo di valutare preventivamente nei piani, programmi e progetti gli impatti significativi degli interventi di previsione sull’Ambiente e sul Patrimonio Culturale”, impone “contemporaneamente” di sottoporre l’insieme del procedimento valutativo, progettuale ed attuativo alla partecipazione della cittadinanza, da attuarsi dall’inizio alla fine del processo di pianificazione e con le regole del dibattito pubblico . “Queste due operazioni sono entrambe obbligatorie, la prima secondo la LUR36-97, la seconda secondo il DLeg 16 gennaio 2008, n. 4, proprio in fase di revisione del PUC vigente e quindi nella formazione del nuovo PUC.”
Insistere inoltre sulla mancanza di rispetto degli standard, ai sensi del DM 2-4-68. Infatti il nuovo quartiere “bottesco“ è senza respiro, senza spazi verdi , senza servizi, pertanto non solo non da niente alla città, ma grava ulteriormente su di essa in termini di peso urbanistico e mobilità. Inoltre, e non secondario, il progetto manca di coerenza ambientale e di continuità spaziale con il paesaggio urbano e territoriale di Sarzana.
La seconda possibilità potrebbe essere quella, da considerare solo nel caso in cui la prima non avesse successo, di far rifare completamente il progetto con altri parametri; tanto per fissare alcuni criteri di indirizzo irrinunciabili: dimezzamento delle volumetrie, inserimento avvolgente o centralizzante di grandi spazi verdi e di aggregazione sociale, continuità spaziale e sociale con il contesto urbano e ambientale.
A Genova, per esempio, Botta è stato costretto, a furor di popolo, a rovesciare il progetto iniziale di ristrutturazione del ex deposito AMT trasformando parte dei pieni in vuoti, anche se il risultato non è ancora soddisfacente ed accettabile, perché COOP non rinuncia facilmente ai suoi obbiettivi speculativi.
Tutto dipende dalla forza politica e di consenso popolare che riuscite ad ottenere.
Ho fiducia che la vostra determinazione e capacità di coinvolgimento popolare alla fine possa prevalere ed ottenere il meritato successo.
Giovanni Spalla
Mario Botta è sicuramente un prestigioso progettista stimato e di grandi capacità creative. Però non condividiamo l’idea che un grattacielo possa essere considerato un progetto rispettoso dell’ambiente, maggiormente quando viene inserito ai limiti di un centro storico, così come non sono di nostro gradimento gli interventi che erano stati previsti a Boccadasse.
Italia Nostra ha dedicato ultimamente l’intero numero 437 della rivista ufficiale dell’Associazione ad un dossier intitolato “La pericolosa febbre dei grattacieli” che viene senza mezzi termini considerata un problema di “rendita parassitaria” con il pericolo inevitabile della devastazione del Paese, della sua cultura e del suo patrimonio storico. In Italia si stanno moltiplicando i progetti per la costruzione di grattacieli, spesso in ambienti sensibili delle nostre città, come quelli dell’area della Margonara a Savona e vicino alla stazione di Sarzana al limite del centro storico. Altri casi emblematici a Brescia, Milano, Torino e Roma dove il grattacielo ha difficoltà ad inserirsi nelle città storiche e nel tessuto urbano consolidato.
Allora perché si progettono i grattacieli? Sicuramente la febbre del cemento viene alimentata dalla necessità da parte dei Comuni di far cassa. Ad ogni concessione per realizzare nuovi metri cubi o grandi opere, i comuni incassano, le banche fanno i mutui, i cementieri e le immobiliari gongolano.
Italia Nostra, in considerazione delle ragioni della compatibilità con i luoghi e il possibile dialogo con la città stratificata, ritiene che i grattacieli costituiscono sempre un impatto con lo skiline della città. Con la loro altezza possono anche stupire. Con le loro forme più varie e grazie all’uso dei materiali più vari, negano ogni rapporto con l’esistente, rompendo ritmi ed equilibri consolidati.
Torniamo alla Liguria. Si dice che in regione ci sia stata una frenata che va tutta verificata nei contenuti e se veramente costituisce un nuovo atteggiamento oltre che tecnico anche politico. Noi intanto dai progettisti di indiscusso valore professionale come lo sono Fuksas e Botta ci apettiamo invece un impegno finalizzato a migliorare il territorio e il paesaggio che in tutta

Lusingano i progettisti, specie le star dell’architettura, con l’ossessione blasfema di progettare quello più lungo, quello che può penetrare il cielo, raggiungere Dio. Solleticano la vanagloria degli amministratori che in tempi di crisi come questo, pur di far cassa, sono disposti a vendere l’identità del luogo che amministrano pro tempore. Pensano, più o meno di omologare Sarzana a Dubai. Sono una manna per gli speculatori, per chi si arricchisce impoverendo il territorio, per “chi se ne frega” della cultura e della qualità di un luogo. Eppure tutti conoscono la storia di Babele. I babelici volevano farsi un nome, distinguersi dagli altri, salire in alto, toccare il cielo. Tutti sanno come finirono.....
Per costruire grattacieli (e provare il brivido di toccare il Signore) -e dare scacco matto al territorio -bisogna avere un nome. Si deve ricorrere a una archi star, appunto. Conosciamo i “maestri comacini”, per secoli costruirono capolavori di architettura. Conosciamo solo qualche nome di battesimo, sappiamo però che ci si rivolgeva a loro usando il “voi”, come ai maestri riconosciuti tali.
Ho sempre pensato che per curare la città bisogna ritornare anonimi e sperare di riuscire a farsi dare del voi. Come fecero i capimastri che provenivano dalla terra dell’archi star che con il suo nome vi vuole far toccare il cielo. Tenetevi stretti e uniti. Vi auguro di evitare la fine dei babelici.
Pier Luigi Cervellati
titolare della cattedra di Recupero e riqualificazione urbana e territoriale alla Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia(...)« firme illustri, e non mi riferisco al caso specifico, sono il paravento per operazioni di grande speculazione. Oggi ci sono più architetti che nel Rinascimento. Tutte le loro opere, tra 50 anni, saranno considerate arte?».
Un esempio? «Il ponte di Calatrava: costosissimo, tutto tranne che un'opera d'arte. Ben venga dunque se la gente, sulle grandi opere così come su queste operazioni griffate, vuole dire la sua».
«La pianificazione deve essere democratica e partecipata. Un sindaco non può dire non mi fermo. È una prepotenza. Si accentra per velocizzare tutto e invece così si fanno lievitare tempi e costi».
Lei ha firmato progetti ovunque. Non pensa che se fossero stati messi sempre ai voti, molti sarebbero ancora bloccati? «In fatto di urbanistica io sono contrario alla ricetta referendaria. È l'amministrazione che deve decidere, ascoltando cittadini e tecnici. Al referendum si deve ricorrere solo quando un'amministrazione si accanisce nel voler andare avanti a tutti i costi. Come accade in Svizzera, se non si arriva a una soluzione condivisa, bisogna avere il coraggio di dire: "bene, contiamoci"».
Lo spartiacque? «Il referendum va usato con molta cautela, ma tutte le volte in cui l'operazione è irreversibile. Se fossi un sindaco, sarei io il primo a chiamare i cittadini al voto in questi casi. Perché il referendum può essere un'arma di difesa per l'amministrazione: le dà sostegno nelle scelte e l'aiuta a smascherare le proteste strumentali».
Ma dove sta allora l'anello debole che porta all'utilizzo sempre più frequente di referendum? «Nell'assenza di pianificazione, nel silenzio delle sovrintendenze, nella mancanza di trasparenza amministrativa. Ma anche in sistemi di finanziamento delle opere come il project financing: le amministrazioni diventano ostaggio dei privati. Alla fine sono loro, o chi sta ancora dietro, a fare la pianificazione. E poi c'è la questione estetica».
Lei più volte ha usato questa citazione: il bello in senso astratto è il preludio alla felicità. «Appunto. Noi avevamo città straordinariamente belle e vivevamo in case povere. Ora abbiamo case belle e città brutte. Il preludio dell'infelicità alla quale la gente inizia a ribellarsi».
di Alessandra Mangiarotti
dal Corriere della sera del 05.03.08
2. La torre. Molte delle ragioni addotte per esprimere un parere negativo circa il progetto della torre sono già state espresse: è almeno tre volte più alta della media degli edifici del centro storico; è un “segno” di cui il nostro territorio non ha bisogno, avendone già tanti altri, ecc. Si intuisce l’idea che sta a monte di questo progetto: realizzare un edificio eccezionale, che faccia rumore, magari anche in polemica, ma l’importante è che se ne parli, perché la pubblicità è l’anima del commercio e l’edificio serve (servirebbe) a celebrare la vocazione commerciale della città. Gli esempi di “architetture-evento” sono numerosi, ma i più felici sono quelli che dialogano con il contesto. Molti hanno in mente la casa della musica di Renzo
Piano a Roma, il museo Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry o la bella cattedrale di Evry dello stesso Mario Botta. Questi progetti, a parte le considerazioni sulle loro dimensioni, inferiori alla torre progettata per Sarzana, sono stati però realizzati in periferie inizialmente degradate e sono serviti a riqualificarle; non erano edifici del centro città. E le periferie hanno effettivamente tratto beneficio da quegli interventi, sono state provocate, hanno mosso investimenti, stimolato nuove idee urbanistiche e imprenditoriali. La torre in questione, per le dimensioni che ha, se posta in periferia può (potrebbe) indicare una nuova direzione dello sviluppo urbanistico della città di Sarzana. Posta in centro invece schiaccia tutto il resto. Non dialoga: annienta.