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martedì 25 agosto 2009

SARZANA: VERSO UNA NUOVA CITTÀ


In attesa di organizzare una serata dal titolo
"Verso una nuova città: paesaggio, fiume e parco campagna"
pubblichiamo un primo contributo del Prof. Silvano D'Alto (qui).



venerdì 10 luglio 2009

Italia Nostra per la Nostra Sarzana

Ringraziamo sentitamente il Presidente di Italia Nostra Giovanni Gabriele, che ha presenziato all'assemblea di martedì scorso.
Grati dell'essere ritenuti partner degno della nobile associazione che presiede, pubblichiamo il comunicato emanato il giorno seguente. (cliccare qui)

giovedì 18 giugno 2009

UNA ALLEANZA TRA CITTÀ E CAMPAGNA

PER UNA NUOVA VISIONE DI PIAZZA TERZI di Silvano D'Alto

Marc Augé sostiene nel suo libro Nonluoghi che un 'luogo' per essere tale deve avere tre caratteri:
relazione, identità, storia.
Un luogo che manchi di questi caratteri è un 'nonluogo'.

Lo sforzo che Silvano D’Alto cerca di fare in questo contributo è in tale direzione: discutere su identità, storia, relazione per fare emergere una idea progettuale originale e bene radicata nel contesto urbano e territoriale di Sarzana. Nessuna nostalgia né passatismo, ma riflessioni semplici, chiare e convincenti, che possono generare idee su nuovi spazi urbani della città e della sua periferia ad urbanizzazione diffusa.

QUI il contributo per esteso.

domenica 31 maggio 2009

In Italia vince l'architettura senza radici

Una forte critica al sistema tutto italiano di scegliere i professionisti a cui affidare i progetti ci arriva da Rudy Ricciotti, architetto già vincitore del progetto per il nuovo palazzo del cinema di Venezia.

In Italia, dice, nei concorsi vengono premiati quasi esclusivamente architetti stranieri che hanno opere uguali in tutto il mondo.

A Sarzana, diciamo noi, è stata negata anche la possibilità del concorso.

Per leggere un estratto dell'intervista al progettista francese di nascita, ma culturalmente legato all'Italia (è intervenuto di recente sulla questione della ricostruzione dell'Aquila con queste parole: “Gli architetti di fama internazionale, se hanno veramente qualcosa da dire a proposito di questo dramma, e se amano l’Italia non solo durante il mese di agosto, allora che lavorino gratuitamente") CLICCARE QUI.

sabato 23 maggio 2009

Gli "stranieri" che amano Sarzana

Sarzana è una città che fa innamorare molti "stranieri" che la visitano. Tra questi Carlo Verdone, che aveva scritto una testimonianza per l'introduzione al libro "Società, economia, avvenimenti, personaggi di Sarzana", edito nel 1997 dalla tipografia Zappa su commissione della Pubblica Assistenza.
Dodici anni fa non si parlava né di Piano Piarulli, né di Piano Botta.
La riproduciamo come pro memoria (cliccare sull'immagine per ingrandirla).
Uno degli impegni del Comitato Sarzana, che botta! è quello di favorire uno sviluppo che non stravolga un patrimonio di secoli.


domenica 3 maggio 2009

Silvano D'Alto: Sarzana tra colture e culture

Abbiamo chiesto al professor Silvano D'Alto, già docente all'Università di Pisa e autorevole membro del gruppo tecnico del Comitato, di scrivere alcune riflessioni sul rapporto tra Sarzana, la sua cultura urbana e le colture agricole, gli spazi vitali ed il paesaggio, il commercio e le tradizioni. Lo ha fatto con l’esperienza del sociologo urbano, la passione dell’architetto, l’amore del residente, con l’occhio rasserenato dalle emozioni che ogni volta provocano certi angoli della città, “i selciati luccicanti” dalla pioggia “come un organismo vivo”, le altane, gli atrii, le atmosfere urbane. I ricordi di una campagna aperta, morbida, ricca, ora ridotta a tanti orti-giardini, occupata da ipermercati, villette e capannoni industriali. Un sogno che non va confuso con un desiderio regressivo alla campagna d’un tempo, alle fatiche e anche alle miserie di quel mondo contadino, ma con il desiderio di fermare l‘”estinzione dei campi”, la perdita irreversibile di una “cultura”, di un modo diverso di vedere ed osservare il paesaggio, dalla città, dalle colline. Un grande “svantaggio” ambientale ed estetico ed assolutamente improduttivo, che potrebbe essere tradotto in un'occasione di reddito e realizzazione di un mercato ortofrutticolo a chilometri zero come avviene in altre città d'Italia e d'Europa.
Roberto Mazza

Per visualizzare l'intervento cliccare sul titolo

domenica 29 marzo 2009

Lettera di Legambiente sul progetto Botta

Come anticipato in un precedente articolo Legambiente, parallelamente al documento elaborato dal gruppo tecnico-giuridico del nostro comitato, ha inviato un proprio elaborato in Regione. Ne pubblichiamo alcuni stralci (per leggere l'intero documento, cliccare sul titolo)

Oggetto: Variante al piano particolareggiato di iniziativa pubblica dell’area progetto n. 3 via Muccini - Ente promotore: Comune di Sarzana.

Scopo della missiva è quello di eccepire l’omesso avvio di procedura istruttoria a partecipazione pubblica, detta comunemente VAS (Valutazione Strategica Ambientale). LEGAMBIENTE, esaminata la documentazione relativa l’intervento progettuale urbanistico, ha ravvisato una violazione alle normative sulla VAS (...) tenuto conto del forte impatto ambientale.

E ancora leggiamo che le modifiche al P.R.G. vigente includono:

1) VARIAZIONI AL PERIMETRO DELL’AREA DI INTERVENTO;
2) VARIAZIONI INERENTI LE INFRASTRUTTURE;
3) VARIAZIONI NEL NUMERO E NELLA FORMA DELLE UNITA’ DI INTERVENTO;
4) INCREMENTO SUPERFICI A DESTINAZIONE D’USO A SERVIZI PUBBLICI E ATTREZZATURE COLLETTIVE DI USO PUBBLICO (da mq 4682 a mq 5177, con incremento di 495 mq);
5) VARIAZIONI NEL NUMERO, FORMA E DIMENSIONI DELLE UNITA’ EDILIZIE (spicca tra queste la realizzazione della Torre c.d. “Botta” di 60.5 metri di altezza- 25 di diametro di base 25 metri e 37 metri di diametro di cappello superiore a poca distanza dal centro storico, e di un palazzo circolare di 31 metri di altezza- mentre le altezze delle altre strutture abitative, facenti parte del progetto, sono non inferiori ai 20 metri);
6) MODIFICA DELLA CAPACITA’ INSEDIATIVA COMPLESSIVA ATTRAVERSO LA DEMOLIZIONE DI EDIFICI ESISTENTI.

Contrariamente a quanto sempre sostenuto dagli organismi comunali, dalla lettura delle carte risulta che la superficie SUA complessiva viene incrementata di 2164 mq, in quanto passa da 60272 mq a 62436 mq.

La lettera (che invitiamo a leggere per intero nella pubbblicazione che ne fa Cronaca4 cliccando sul titolo) continua dettagliando le carenze nelle procedure adottate e conclude chiedendo all'Autorità Regionale di pronunciarsi negativamente sulla menzionata variante in corso di approvazione, verificandone il mancato rispetto alle normative citate e di quante altre risultassero vigenti, ordinandone la rielaborazione con sottoposizione alla procedura di VAS.

martedì 24 marzo 2009

QUALE POLITICA SERVE PER LO SVILUPPO DELLA CITTA’? - intervento dell'Architetto Damiano

Sono mesi che si discute a Sarzana del progetto Botta, ma la questione non si può ricondurre esclusivamente agli elaborati dell’architetto ticinese!
È inusuale, problematico e preoccupante l’approccio, la gestione e il profilo tenuto da parte dell’Amministrazione Comunale su questo tema; lascia molto perplessi coloro i quali – anche nel passato recente - erano abituati a discutere, con tempi ragionevoli e con ampia disponibilità d’informazioni, le novità, a comprendere le necessità, a partecipare ai processi di crescita e miglioramento di Sarzana.
La discussione deve spostarsi – inizialmente - sul tavolo delle priorità e delle esigenze reali della città; il progetto oggi presentato dal soggetto attuatore (ovvero dalla proprietà dei terreni) ha la capacità di imprimere un segno indelebile e d’ipotecare pesantemente anche il prossimo strumento urbanistico. Un privato può svolgere, impropriamente, un ruolo di indirizzamento – culturale, urbanistico, tipologico e sociologico - che è proprio dell’Amministrazione della città?
Il Piano dell’Arch. Piarulli (sul quale si innesta il progetto) è il frutto di ragionamenti, sensibilità e necessità nate nei primi anni 90: restano valide le problematiche legate alla mobilità, all’ambiente, al verde, all’intermodalità, ... ma i temi della sostenibilità, dell’energia, della vivibilità, della sicurezza, della residenzialità, … se non sono nuovi oggi richiedono nuove e differenti modalità di risposta.
È necessario che l’Amministrazione si riappropri dei suoi ruoli e che non abdichi a chi, possedendo i terreni impone – seppur con nomi di prestigio – progetti che sembrano essere ispirati e stimolati dalla massimizzazione della rendita immobiliare.
Se serve alla città, occorre che si trovi anche il coraggio di proporre un ridimensionamento delle cubature residenziali, oppure che si congeli la sistemazione della periferia ovest in previsione del futuro strumento urbanistico: oppure? Che il tema della ricomposizione di un pezzo di Sarzana – bistrattato, ingiuriato, incongruente – venga riportato, con nuovi approcci, ad un livello partecipativo degno delle tradizioni di questa città. La politica, opposizione compresa, c’è? È sufficientemente matura e indipendente per incamminarsi su questi percorsi?
Non vorrei che lo slogan Fuck the context (tradotto eufemisticamente in, non curarti del contesto) che mutua alcune correnti dell’architettura odierna (forse anche il progetto Botta!?) avesse contaminato anche la politica locale; così per gli edifici troviamo l’ideazione di forme fini a se stesse, al punto da trasformarsi in idolatria o in segno manifesto del potere politico, capaci da una parte di neutralizzare storia e cultura dall’altra di curare le frustrazioni di alcuni. Il Fuck the context per la politica si esplicita nel non considerare la passione e l’amore che muove questa città.
Non è giusto parlare del piano Botta come di un attacco al centro storico, occorre invece notare che l’architettura è interessante, seppur non nuova, ma sicuramente non ha ascoltato il passato della storia, della cultura, dei segni, ...della nostra città.
Il genius loci non si può riconoscere nella torre; tutto l’arco ferroviario tirrenico è disseminato di serbatoi dell’acqua simili a quello che ha ispirato il maestro. Sarzana offre ben altro: a Sarzana non serve una nuova porta di accesso, a Sarzana non serve rialzare di un piano il Laurina, a Sarzana non serve la lego-architettura, a Sarzana non serve un’architettura che rappresenti il grado zero delle relazioni interpersonali, a Sarzana non serve una maxi torre, …
A Sarzana serve ricucire i tessuti extraurbani di via Muccini, riqualificare e/o ricostruire gli edifici, ridisegnare i percorsi, riempire congruamente gli spazi liberi, anticipare e invitare alle particolarità e all’unicità del poco distante centro storico.
A Sarzana non serve un “famolo strano” che affligge il marketing urbano di quasi tutte le piccole e grandi città del mondo; per gli architetti/archistar una “scorciatoia verso una posizione riconosciuta, che li esima da una continuazione della ricerca” (Leonardo Benevolo).
Occorre oggi, per prima cosa, ricostruire le modalità di relazioni tra Amministrazione e cittadinanza, il tutto a vantaggio di entrambi: da una parte per sgombrare equivoci e smorzare provocazioni e dall’altra per meglio comprendere, nella trasparenza, l’evoluzione di un pezzo di città. E chi deve ricostruire questo nuovo campo di gioco è la politica locale, opposizione compresa.
Serve veicolare in rete tutto il materiale progettuale, non imprimere accelerazioni nei percorsi autorizzativi, ridiscutere i volumi previsti, dare tempo a Botta per ricercare il genius loci o che comunque lo vada a trovare in sonno come gli successe per il Piermarini in occasione della ristrutturazione della Scala milanese, ….
Grazie alle tradizioni democratiche, partecipative e culturali della nostra città, alle capacità indiscutibili di Mario Botta e al ritrovato buon senso della politica, forse, anzi, spero che riusciranno a ricostruire un pezzo nuovo di città, certo incapace di suscitare le stesse emozioni del centro storico, ma sufficientemente difendibile e vicino al nostro vivere, al nostro abitare e al nostro sentire.
GianFranco Damiano Architetto
Sarzana, 21 marzo 2009

mercoledì 11 marzo 2009

D'Alto: La qualità urbana tra passato e modernità

Cari amici del Comitato, apprezzo molto questa iniziativa del blog che avete aperto. Aiuta a partecipare nel campo dell’urbanistica così poco seguìto quando si tratta di strumenti – con le sorprese quando le scelte si attuano – ma così vivo quando i progetti diventano visibili e comprensibili. Ho assistito giovedì alla presentazione del progetto di via Muccini e dell’ex stazione autobus. E’ stato un incontro civile e interessante che la presenza del Comitato ha saputo rendere vivo e dibattuto.

Queste le mie considerazioni – che avrebbero bisogno di ulteriori riflessioni e analisi – sull’incontro di giovedì pomeriggio.

Il primo problema, che forse li contiene tutti, è l’alta edificabilità delle due aree – via Muccini e la ex stazione autobus – di cui si compone il piano del 1994. L’indice di 0,87 su una superficie di piano di 16.000 mq e con una superficie utile di 54.000 mq di edificato è stato presentato dall’architetto Botta come modesto: ma non è modesto. Il volume complessivo di progetto nell’area di intervento – composta da due parti nettamente distinte – è di circa 200.000 mc. lordi. Questa volumetria dà un indice di circa 3,7 mc/mq. Si tratta di un indice urbano di tutto rispetto, anzi direi decisamente pesante per un intervento nel perimetro: o comunque nell’area circostante, di un piccolo prestigioso Centro Storico.

Ma gli indici dicono poco quando si tratta di entrare nel merito della qualità urbana, in una contenuta – assai contenuta – città, tuttavia carica di storia. Mi è venuto di scrivere ‘prestigioso’: e qui è la prima, non piccola divergenza, dal pensiero di Botta, che – vorrei aver capito male – ha indicato la città della storia pregressa come la “città dei morti”. Vorrei aver capito male: perché il rapporto con la città della storia è il dialogo con le generazioni che ci hanno preceduto. È un dialogo vivo, del quale oggi abbiamo assolutamente bisogno. Tanto più quando si tratta di spazi urbani: che incorporano, in un tragitto millenario, il senso della città . È un valore assolutamente originale per ogni città: è, per eccellenza la massima e più sottile dimensione simbolica, vera partecipata rappresentazione del mondo. È questo che ci attrae nella storia delle nostre città europee.

Le città del passato non sono città dei morti. La città dei morti precede la città dei vivi – osservava acutamente Mumford – perché di quelle radici abbiamo assolutamente bisogno. Il dialogo con la storia del passato non significa ripetizione di forme: tutt’altro, significa cogliere nel passato i valori della ‘novità’ urbana, le ‘emergenze’ di nuovi sensi dell’urbano, che le generazioni passate hanno saputo trasmetterci con la costruzione delle città. Oggi, occorre essere innovativi e creativi come le generazioni più vive della storia che hanno prodotto la città di Sarzana.

Qualche osservazione nel merito del progetto. Comincio da via Muccini. Mi chiedo: perché costruire – come ingresso a Sarzana dalla via Aurelia e dalla autostrada – una strada che si percepisce come aggressiva, pesantemente edificata con palazzi di 7 piani. Dai disegni non si riesce a cogliere un felice senso urbano, per esempio il percorso di un accogliente e conviviale ‘boulevard’.

Meglio – a mio giudizio – una strada più semplice, modesta, serena, con una edificazione leggera: un ingresso che si mostri sensibile all’avvicinarsi ad un Centro antico del valore di Sarzana. A Sarzana c’è una bellissima porta urbana: Porta Romana. Ancor oggi, l’ingresso a Sarzana da viale Mazzini, esterno alla città – malgrado la perdita del magnifico viale di platani e la condizione attuale di viale trafficato – resta pieno di fascino: per la bellezza della porta barocca, per il delinearsi leggero e trasparente, in lontananza, del campanile della cattedrale. La porta non è un ‘portale’, ma un percorso di avvicinamento. Solo dopo, si varca una soglia. Si è preparati a varcarla.

La torre – che l’architetto Botta definisce ‘torretta’– è il maggiore di tre edifici, costipati in una piccola area al confine e a ridosso della linea ferroviaria: che il progetto propone come ‘nodo di interscambio’ (ahimè, gli stereotipi dell’urbanistica!). Gli altri due sono: la piazza coperta e la stazione autocorriere. Tre edifici che si contendono lo spazio fisico: tre oggetti che, a me sembra, si ingombrano reciprocamente perché manca lo spazio: quello fisico e quello urbano.

Non c’è dubbio che questa torre si inserisca nella nuova forma di competizione fra le città: per costruire il segnale della propria originalità e affermazione. Una torre, se assunta come valore – come segno di una emergenza ‘significativa’ – deve avere un messaggio. Quale è il messaggio che la torre comunica? È il segno che avvia ad una stratificazione urbana nuova? cioè ad un spinta verso spazi tendenzialmente esclusivi, sulla base di una domanda che proviene dall’esterno (residenziale o terziaria)? i cui costi – non solo vantaggi – finiranno per ricadere sull’area urbana esistente e sul territorio? In che misura risponde al bisogno locale di razionalizzazione dei servizi amministrativi? O le dimensioni extra-locali saranno di gran lunga prevalenti?

E’ una torre orgogliosamente chiusa, stereometrica, compatta: come l’immagine dei serbatoi di rifornimento per l’acqua a cui l’architetto dice di essersi ispirato. È una torre che ‘contiene’ piuttosto che ‘accogliere’; si ‘isola’ piuttosto che ‘dialogare’; preferisce l’enfasi alla comunicazione. Nel rendering proiettato giovedì scorso, lo sfondo della torre era dato da un cielo di nuvole bianche. Così la torre e gli altri edifici apparivano sradicati dalla terra. Lo sfondo non doveva essere quello: bensì la città storica. Il rapporto figura-sfondo avrebbe dovuto dire l’interazione tra l’attualità e la memoria. Ma questo non si poteva fare. Altrimenti la torre avrebbe svelato il suo segreto: di fattore de-simbolizzante della città esistente.

Quale risulterà infatti il dialogo con le ‘emergenze’ e con gli spazi storici: di dialogo o di dominio? soprattutto con il leggero, arioso, snello, trasparente campanile della Cattedrale? Con la Cittadella e, più lontano, con la Fortezza? Con le altane che si alzano trasparenti sopra alcuni edifici del centro storico? E anche con gli spazi a terra: con la spazialità elegante e invitante degli androni di via Mazzini? Il paesaggio urbano di Sarzana viene radicalmente mutato dalla torre. Si deve tutti – tutta la cittadinanza – essere consapevoli di quello che sta accadendo. Perciò è indispensabile che la cittadinanza si pronunci. Che la diversità delle idee si confronti e si scontri. Senza ‘insaccare’ il progetto.

La ‘piazza coperta’– così definita nella presentazione – è uno spazio a pianta rettangolare, limitato, lungo i due lati lunghi, da due ‘stecche’ rigide di edifici, ammorbidite da due concavità simmetriche. Mi chiedo se abbia la forza, la ricchezza di luoghi e di spazi, l’ariosità di una piazza vera. Più che una piazza è una galleria: ma francamente non si sa da dove venga né dove vada, perché finisce contro la torre, la quale a sua volta finisce contro la ferrovia: con quella problematica strada lungo il fascio ferroviario che, per quanto ho capito, disimpegna un parcheggio di 600 auto più la stazione autobus.

Si vuole un esempio di piazze vere? Sono quelle di Sarzana: belle in tempo di mercato o di mostre dell’artigianato, o nei convegni collettivi; bellissime quando, dopo la pioggia, sono vuote e silenziose, con il selciato luccicante come un organismo vivo.

Perché fare una galleria che nasconde il sole e aggiunge ombra ad ombra: all’ombra massiccia e greve della torre si aggiunge la luce filtrata della copertura e l’ombra ‘devitalizzata’ dei due notevoli edifici che la fiancheggiano? Se accanto ci fosse una piazza vera, aperta e solare, sarebbe tutto diverso. Ma non c’è.

Non c’è neppure un cenno alle energie alternative e non c’è uno spazio alberato nel nucleo torre-galleria-stazione autobus, perché il grande parcheggio sotto la torre e sotto la galleria non consentirà se non pianticelle decorative.

Non era meglio cogliere l’occasione per prendere spazio: e collegarsi al di là della ferrovia, dove Sarzana, divisa dal fascio ferroviario, potrebbe cercare forme e simboli di un nuovo senso urbano? di una città non più divisa?

Perché non avere il coraggio di ricominciare? inaugurando un tempo di vera partecipazione dei cittadini alla definizione di nuovi spazi urbani e di una nuova città di Sarzana? cioè dimezzando le volumetrie, cambiando le consegne all’architetto Botta e chiedendogli di mettere il suo ingegno al servizio della Città?

Silvano D'Alto

architetto, professore di Sociologia urbana all'Università di Pisa, membro del consiglio della Fondazione Giovanni Michelucci di Firenze

lunedì 9 marzo 2009

Mario Botta visto da Paolo Portoghesi

Ascesa e inaridimento
di un grande maestro

Pubblichiamo due pagine del libro di Paolo Portoghesi, un guru dell'architettura mondiale, dedicato ai grandi architetti del Novecento. E' del 1998. Portoghesi inserisce Mario Botta tra i grandi maestri del Novecento. Ma ne delinea i limiti, la parabola, rispetto alla sua produzione degli anni Ottanta. Non è vangelo. Ma le argomentazioni, tutt'altro che superficiali, sono uno stimolo a una riflessione non affetta da provincialismo.

Ecco il testo di Portoghesi alla voce "Botta".

Verso la metà degli anni settanta di passaggio per Stoccarda, dopo aver tenuto una conferenza, mi capitò di entrare per caso in un’aula della facoltà di architettura .
Un gruppo di studenti stava proiettando diapositive realizzate durante un viaggio nel Canton Ticino: in gran parte opere di Botta, quelle immagini erano accompagnate da musiche di Beethoven.
Ebbi la sensazione precisa che le qualità delle architetture di Botta, il loro carattere compositivo, corrispondessero alla permanente popolarità della musica classica, al bisogno “moderno”di non perdere il legame con la regolarità e la forza della musica tonale.
L’architetto ticinese esordisce in modo felice con una casa in Riva San Vitale, del 1971-73 e rapidamente s'impone all’attenzione per la capacità di realizzare architetture la cui genesi geometrica è ben leggibile nell’opera compiuta.
Nelle case poi realizzate negli anni ‘80 il tema della regolarità geometrica e dell’introduzione nel paesaggio di forme autosufficienti e riassuntive gli permette di recuperare alcuni aspetti della tradizione palladiana.
Dopo l’intenso lavoro dedicato al tema della casa, Botta ripropone, in edifici di diversa destinazione e dimensione, la morfologia del cubo e del cilindro, ma di solito non riesce a recuperare la felicità espressiva e capacità di controllo che caratterizza le prime opere , spesso evidenziando la forzatura che la scelta a priori del modello volumetrico impone all’organismo spaziale.
Botta non gradisce di essere inserito nella categoria del Post-moderno, ma la sua opera possiede molte delle caratteristiche che la critica ha attribuito a questa categoria, in particolare il recupero di elementi morfologici tipici del linguaggio classico come l’arco, la colonna, il capitello, la scala assiale, la volta a botte, l’impianto simmetrico, anche se escludono la citazione, coincidono con un linguaggio basato su convenzioni che legano il presente al passato.
L’autore ne offre spesso una motivazione funzionale o costruttiva, ma raramente si tratta di elementi legati al contesto e spesso rappresentano una caratteristica del gusto con cui il progettista propone la sua immagine. Sono impiegati con la metodologia propria del Postmoderno ed echeggiano le opere di Graves e Moore, anche se in Botta l’esigenza dell’astrazione è annunciata in modo apodittico.
A suo vantaggio troviamo la riscoperta del primato della qualità estetica, che rappresenta la motivazione che giustificava l’entusiasmo dei giovani a Stoccarla e che resta la migliore testimonianza del suo periodo felice.
Se all’inizio degli anni ottanta la figura emergente di Botta faceva sperare nella sua capacità di interpretare e perpetuare la lezione di Louis Khan, contribuendo a riconnettere la tradizione del nuovo con la tradizione storica, la ricchissima produzione dell’ultimo decennio ha fortemente ridimensionato tali speranze.
Prigioniero di una formula compositiva di indubbia efficacia, l’architetto l’ha ripetuta fino alla stanchezza, prelevando dalla eredità storica non ciò che poteva dare alle sue immagini delle radici nel luogo con una connessione tipologica, ma ciò che volta a volta era più adatto a dare all'immagine una sorta di potere ipnotico.
E’ il caso in particolare della chiesa di Mogno, in cui la scala del palazzo comunale di Gubbio viene riproposta in modo incongruo e poggiata sul vuoto, o il cilindro mozzato in diagonale riproposto a San Francisco o a Evry dove appare coronato da chiome di alberi in discesa come clienti delle montagne russe. Così queste architetture che partono da un involucro semplice prestabilito - il cono, il cubo o il cilindro - si riducono spesso a oggetti galleggianti in uno spazio al quale non appartengono, strenuamente elaborati e tormentati da un furor arcisimmetrico per cui nulla si sposta a sinistra senza che si produca a destra uno spostamento corrispondente, dando la sensazione di organismi anchilosati.
Per di più questo inaridimento è parallelo ad atteggiamenti di un protagonismo intellettuale violentemente narcisistico in aperto contrasto con la dimensione artigianale che aveva caratterizzato il suo felice esordio. Ne è esempio eloquente il libro di Jean Petit, in cui il volto dell’architetto è riprodotto 156 volte in fotografie che lo ritraggono in tutte le pose e le compagnie possibili, ad onta dei lineamenti inespressivi e un po’ grossolani alla vista dei quali la enfatica capigliatura non riesce a distrarre l’osservatore.

Paolo Portoghesi - I grandi architetti del novecento -
Newton Compton Editori (1998)

Il commento della domenica di Emanuela Rosi

Quando Botta "oscurerà" il degrado ...

D obbiamo rendere merito all’assessore alla cultura Stefano Milano. E’ vero: smettiamola di parlare di centro storico quando cerchiamo di capire il senso del Progetto Botta. Il centro storico di Sarzana va da Porta Parma a Porta Romana, da via Torrione Genovese a via Landinelli. Il resto (citiamo l’assessore) «è una casuale aggregazione di strade, edifici e servizi senza dignità progettuale e senza immagine, che (questi davvero!) offendono e mortificano oltre mille anni di storia». Dove però sono stati mandati a vivere migliaia di sarzanesi, su rotonde e binari, tra i capannoni, senza servizi, marciapiedi e parchi. Che continueranno a evitare la variante per non imbottigliarsi, a incolonnarsi pazienti nei Sobborghi per portare i figli nelle scuole troppo piccole, fare gimkana in via Paradiso fino allo stadio, rischiare la vita per arrivare al mare in bicicletta e passeggiare solo nella tenuta di Marinella. Mai avuta l’«ipocrita concezione di un centro storico “diffuso” bello, ed intatto» che l’assessore ci consiglia di abbandonare dopo aver contato, fuori dalle mura, «9 moduli urbani» che presentano, a chi arriva a Sarzana non certo la “città ospitale” ma «un caotico tessuto periferico senza qualità» che non offre «percezione alcuna della città storica e delle sue dimensioni». Cominciamo però a metabolizzare il fatto che il Progetto Botta ci regalerà il decimo modulo urbano ma disegnato da un’archistar, con due “torrette” (15 e 9 piani), quattro piani di cemento su una piazza coperta, parcheggi, capolinea dei bus, 9 palazzi stile Lego, un viale alberato di poche centinaia di metri ma con marciapiedi e piste ciclabili che i sarzanesi chiedono da tempo sbagliando zona. E, tranquilli, non per oscurare i campanili ma solo quella «casuale aggregazione senza dignità progettuale e senza immagine». Non avremo più un fatiscente centro culturale polivalente, ma stanze moderne per le associazioni culturali affacciate sull’unica piazza (coperta), un pezzo di municipio ma nuovo, ristorante panoramico, centinaia di negozi da far invidia a quelli che stanno chiudendo nel centro storico «ideale», insomma una nuova Sarzana «da vendere» firmata Botta. Nessuno ha chiesto ai cittadini di oggi quali sono i loro veri bisogni, ma forse la città di Botta è solo per quelli che verranno e soddisfa se stessa.

Emanuela Rosi

commento apparso domenica 8 marzo sul quotidiano La Nazione

venerdì 6 marzo 2009

Legambiente conferma il suo appoggio

Giovanni Spalla, pretendiamo

il rispetto delle leggi vigenti

Urbanista, architetto, docente universitario, presidente della commissione urbanistica di Legambiente:

Ho già espresso in un dibattito pubblico a Sarzana il mio “no” a Botta. Bisognerebbe non far costruire nulla o almeno riuscire a far cambiare radicalmente il progetto proposto: che ritengo incongruo, con quella maldestra torre cilindrica fuori scala, inquadrata dalle due stecche con attorno edifici “a ponte” riprodotti con lo stampino, senza alcun raccordo strutturale, dimensionale e visuale con l’ambiente circostante.

L’insieme prospettato è di una rigidità urbanistica, unita ad una presunzione progettuale da archistar, che nulla ha a che fare, sia con il contermine del Centro Antico stratificato, sia con il tessuto del contesto periferico, nel quale il progetto si precipita, come una bomba a fungo, che rimane lì inesplosa. Si tratta di innovazione puramente formalistica, secondo modelli utilizzati indifferentemente da Seul a Sarzana, che nasconde sostanziali intenzioni speculative.

A mio parere due sono le vie d’uscita:

La prima, di contestazione giuridica e urbanistica totale, con ripulsa netta del progetto di Botta.

Infatti, poiché il progetto è in variante al piano esistente, da parte del Comune è obbligatoria, ai sensi dell’art. “45” della LUR n 36, l’applicazione della “Verifica di adeguatezza” dello stato del PUC vigente e, contemporaneamente, l’applicazione non burocratica della VAS (Valutazione Ambientale Strategica), legge europea fatta propria dall’Italia, che impone l’elaborazione del “Rapporto Ambientale” e di “Alternative urbanistiche” del sistema territoriale comunale, che dimostrino in quale misura il “Fungo” e i “Ponti” di Botta siano compatibili con il nuovo PUC. “La VAS, che ha lo scopo di valutare preventivamente nei piani, programmi e progetti gli impatti significativi degli interventi di previsione sull’Ambiente e sul Patrimonio Culturale”, impone “contemporaneamente” di sottoporre l’insieme del procedimento valutativo, progettuale ed attuativo alla partecipazione della cittadinanza, da attuarsi dall’inizio alla fine del processo di pianificazione e con le regole del dibattito pubblico . “Queste due operazioni sono entrambe obbligatorie, la prima secondo la LUR36-97, la seconda secondo il DLeg 16 gennaio 2008, n. 4, proprio in fase di revisione del PUC vigente e quindi nella formazione del nuovo PUC.”

Insistere inoltre sulla mancanza di rispetto degli standard, ai sensi del DM 2-4-68. Infatti il nuovo quartiere “bottesco“ è senza respiro, senza spazi verdi , senza servizi, pertanto non solo non da niente alla città, ma grava ulteriormente su di essa in termini di peso urbanistico e mobilità. Inoltre, e non secondario, il progetto manca di coerenza ambientale e di continuità spaziale con il paesaggio urbano e territoriale di Sarzana.

La seconda possibilità potrebbe essere quella, da considerare solo nel caso in cui la prima non avesse successo, di far rifare completamente il progetto con altri parametri; tanto per fissare alcuni criteri di indirizzo irrinunciabili: dimezzamento delle volumetrie, inserimento avvolgente o centralizzante di grandi spazi verdi e di aggregazione sociale, continuità spaziale e sociale con il contesto urbano e ambientale.

A Genova, per esempio, Botta è stato costretto, a furor di popolo, a rovesciare il progetto iniziale di ristrutturazione del ex deposito AMT trasformando parte dei pieni in vuoti, anche se il risultato non è ancora soddisfacente ed accettabile, perché COOP non rinuncia facilmente ai suoi obbiettivi speculativi.

Tutto dipende dalla forza politica e di consenso popolare che riuscite ad ottenere.

Ho fiducia che la vostra determinazione e capacità di coinvolgimento popolare alla fine possa prevalere ed ottenere il meritato successo.

Giovanni Spalla

giovedì 5 marzo 2009

ITALIA NOSTRA è con noi

Anche in Liguria sale
la febbre dei grattacieli

Lettera scritta da Giovanni Gabriele
,
Presidente Italia Nostra Liguria:

Mario Botta è sicuramente un prestigioso progettista stimato e di grandi capacità creative. Però non condividiamo l’idea che un grattacielo possa essere considerato un progetto rispettoso dell’ambiente, maggiormente quando viene inserito ai limiti di un centro storico, così come non sono di nostro gradimento gli interventi che erano stati previsti a Boccadasse.

Italia Nostra ha dedicato ultimamente l’intero numero 437 della rivista ufficiale dell’Associazione ad un dossier intitolato “La pericolosa febbre dei grattacieli” che viene senza mezzi termini considerata un problema di “rendita parassitaria” con il pericolo inevitabile della devastazione del Paese, della sua cultura e del suo patrimonio storico. In Italia si stanno moltiplicando i progetti per la costruzione di grattacieli, spesso in ambienti sensibili delle nostre città, come quelli dell’area della Margonara a Savona e vicino alla stazione di Sarzana al limite del centro storico. Altri casi emblematici a Brescia, Milano, Torino e Roma dove il grattacielo ha difficoltà ad inserirsi nelle città storiche e nel tessuto urbano consolidato.

Allora perché si progettono i grattacieli? Sicuramente la febbre del cemento viene alimentata dalla necessità da parte dei Comuni di far cassa. Ad ogni concessione per realizzare nuovi metri cubi o grandi opere, i comuni incassano, le banche fanno i mutui, i cementieri e le immobiliari gongolano.

Italia Nostra, in considerazione delle ragioni della compatibilità con i luoghi e il possibile dialogo con la città stratificata, ritiene che i grattacieli costituiscono sempre un impatto con lo skiline della città. Con la loro altezza possono anche stupire. Con le loro forme più varie e grazie all’uso dei materiali più vari, negano ogni rapporto con l’esistente, rompendo ritmi ed equilibri consolidati.

Torniamo alla Liguria. Si dice che in regione ci sia stata una frenata che va tutta verificata nei contenuti e se veramente costituisce un nuovo atteggiamento oltre che tecnico anche politico. Noi intanto dai progettisti di indiscusso valore professionale come lo sono Fuksas e Botta ci apettiamo invece un impegno finalizzato a migliorare il territorio e il paesaggio che in tutta la Liguria costituiscono un ambiente sensibile e di altissimo valore. E’ un risultato che si potrà ottenere ascoltando il parere dei cittadini, come è avvenuto a Celerina in Svizzera e Botta lo sa, e non solo quello dei committenti pronti a regalare aree pubbliche ai costruttori in cambio del finanziamento dei progetti.

martedì 3 marzo 2009

Il Professor Cervellati scrive al Comitato


Amici, i grattacieli sono una trappola

Riportiamo la mail del Professor Pier Luigi Cervellati, titolare della cattedra di Recupero e riqualificazione urbana e territoriale alla Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia, che con tempestività ha risposto a una nostra sollecitazione.

"Cari amici, i grattacieli sono una trappola. Una vecchia, vecchissima trappola. In questo periodo poi, un’autentica sciagura. Vengono contrabbandati quale rimedio per risparmiare terreno, in realtà producono carichi urbanistici inaccettabili. Producono congestione, inquinamento...

Lusingano i progettisti, specie le star dell’architettura, con l’ossessione blasfema di progettare quello più lungo, quello che può penetrare il cielo, raggiungere Dio. Solleticano la vanagloria degli amministratori che in tempi di crisi come questo, pur di far cassa, sono disposti a vendere l’identità del luogo che amministrano pro tempore. Pensano, più o meno di omologare Sarzana a Dubai. Sono una manna per gli speculatori, per chi si arricchisce impoverendo il territorio, per “chi se ne frega” della cultura e della qualità di un luogo. Eppure tutti conoscono la storia di Babele. I babelici volevano farsi un nome, distinguersi dagli altri, salire in alto, toccare il cielo. Tutti sanno come finirono.....

Per costruire grattacieli (e provare il brivido di toccare il Signore) -e dare scacco matto al territorio -bisogna avere un nome. Si deve ricorrere a una archi star, appunto. Conosciamo i “maestri comacini”, per secoli costruirono capolavori di architettura. Conosciamo solo qualche nome di battesimo, sappiamo però che ci si rivolgeva a loro usando il “voi”, come ai maestri riconosciuti tali.

Ho sempre pensato che per curare la città bisogna ritornare anonimi e sperare di riuscire a farsi dare del voi. Come fecero i capimastri che provenivano dalla terra dell’archi star che con il suo nome vi vuole far toccare il cielo. Tenetevi stretti e uniti. Vi auguro di evitare la fine dei babelici.

Pier Luigi Cervellati

titolare della cattedra di Recupero e riqualificazione urbana e territoriale alla Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia

lunedì 2 marzo 2009

L'urbanista Cervellati

«Firme illustri come paravento»


Chiamato nel marzo dello scorso anno a dare un suo parere sul progetto Botta di quattro torri a Celerina, piccolo comune dell'Engadina in Svizzera (di cui diamo dettaglio nella sezione Immagini) un maestro dell'urbanistica, Pier Luigi Cervellati, titolare della cattedra di Recupero e riqualificazione urbana e territoriale alla Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia, si espresse così.
  • (...)« firme illustri, e non mi riferisco al caso specifico, sono il paravento per operazioni di grande speculazione. Oggi ci sono più architetti che nel Rinascimento. Tutte le loro opere, tra 50 anni, saranno considerate arte?».

  • Un esempio? «Il ponte di Calatrava: costosissimo, tutto tranne che un'opera d'arte. Ben venga dunque se la gente, sulle grandi opere così come su queste operazioni griffate, vuole dire la sua».

  • «La pianificazione deve essere democratica e partecipata. Un sindaco non può dire non mi fermo. È una prepotenza. Si accentra per velocizzare tutto e invece così si fanno lievitare tempi e costi».

  • Lei ha firmato progetti ovunque. Non pensa che se fossero stati messi sempre ai voti, molti sarebbero ancora bloccati? «In fatto di urbanistica io sono contrario alla ricetta referendaria. È l'amministrazione che deve decidere, ascoltando cittadini e tecnici. Al referendum si deve ricorrere solo quando un'amministrazione si accanisce nel voler andare avanti a tutti i costi. Come accade in Svizzera, se non si arriva a una soluzione condivisa, bisogna avere il coraggio di dire: "bene, contiamoci"».

  • Lo spartiacque? «Il referendum va usato con molta cautela, ma tutte le volte in cui l'operazione è irreversibile. Se fossi un sindaco, sarei io il primo a chiamare i cittadini al voto in questi casi. Perché il referendum può essere un'arma di difesa per l'amministrazione: le dà sostegno nelle scelte e l'aiuta a smascherare le proteste strumentali».

  • Ma dove sta allora l'anello debole che porta all'utilizzo sempre più frequente di referendum? «Nell'assenza di pianificazione, nel silenzio delle sovrintendenze, nella mancanza di trasparenza amministrativa. Ma anche in sistemi di finanziamento delle opere come il project financing: le amministrazioni diventano ostaggio dei privati. Alla fine sono loro, o chi sta ancora dietro, a fare la pianificazione. E poi c'è la questione estetica».

  • Lei più volte ha usato questa citazione: il bello in senso astratto è il preludio alla felicità. «Appunto. Noi avevamo città straordinariamente belle e vivevamo in case povere. Ora abbiamo case belle e città brutte. Il preludio dell'infelicità alla quale la gente inizia a ribellarsi».

  • di Alessandra Mangiarotti
    dal Corriere della sera del 05.03.08

I quattro punti di Fabrizio Dei

Abbiamo incontrato Fabrizio Dei (già allievo dell’Accademia di architettura di Mendrisio, scuola di cui l’arch. Mario Botta è animatore e insegnante) durante un meeting del Comitato con alcuni giovani architetti. In quell'occasione si era impegnato a mettere per iscritto le idee manifestate. Ecco il risultato:

Cari amici del Comitato “Sarzana, che Botta!”, vi invio come convenuto le mie osservazioni sul cosiddetto “progetto Botta”.

1. Il parcheggio. Concentrare centinaia di parcheggi nell’area di via del Murello significa sottoporre tutta la zona ad un traffico molto intenso. Il problema degli accessi, da quello che è dato vedere, non è ancora risolto. Che senso ha concentrare i parcheggi in un’unica area? In diverse città d’Europa, in Svizzera e anche da noi si vedono all’opera strategie che vanno in senso contrario. Le aree di parcheggio vengono diversificate e poste lungo il perimetro dell’area urbana. Oltre questo confine circolano solo i residenti e la mobilità è affidata al trasporto pubblico. La Commissione europea a Bruxelles ha presentato nel settembre 2007 un Libro verde dal titolo “Verso una nuova cultura della mobilità urbana” (reperibile in internet). In essa vi sono indicazioni importanti. Ne riporto alcune. I parcheggi nei centri delle città non devono essere troppi perché incentivano l’uso del mezzo privato. Non solo i divieti di accesso, ma anche le tariffe possono funzionare da regolatore: alte in centro, basse o assenti in periferia. Sono molto utili i “parcheggi di scambio” fra mezzo privato e pubblico situati ai margini dei centri storici. Il pedaggio urbano per non residenti introdotto in diverse città ha dato buoni risultati. Il numero dei posti liberi nei diversi parcheggi situati lungo il limite del centro storico possono essere indicati da segnali lungo le strade di accesso alla città o comunicati con il GPS. Perché non far lavorare ingegneri ed architetti locali ad un progetto del genere, complesso perché richiede grande conoscenza del territorio, ma utile?

2. La torre. Molte delle ragioni addotte per esprimere un parere negativo circa il progetto della torre sono già state espresse: è almeno tre volte più alta della media degli edifici del centro storico; è un “segno” di cui il nostro territorio non ha bisogno, avendone già tanti altri, ecc. Si intuisce l’idea che sta a monte di questo progetto: realizzare un edificio eccezionale, che faccia rumore, magari anche in polemica, ma l’importante è che se ne parli, perché la pubblicità è l’anima del commercio e l’edificio serve (servirebbe) a celebrare la vocazione commerciale della città. Gli esempi di “architetture-evento” sono numerosi, ma i più felici sono quelli che dialogano con il contesto. Molti hanno in mente la casa della musica di Renzo Piano a Roma, il museo Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry o la bella cattedrale di Evry dello stesso Mario Botta. Questi progetti, a parte le considerazioni sulle loro dimensioni, inferiori alla torre progettata per Sarzana, sono stati però realizzati in periferie inizialmente degradate e sono serviti a riqualificarle; non erano edifici del centro città. E le periferie hanno effettivamente tratto beneficio da quegli interventi, sono state provocate, hanno mosso investimenti, stimolato nuove idee urbanistiche e imprenditoriali. La torre in questione, per le dimensioni che ha, se posta in periferia può (potrebbe) indicare una nuova direzione dello sviluppo urbanistico della città di Sarzana. Posta in centro invece schiaccia tutto il resto. Non dialoga: annienta.

3. La vocazione commerciale di Sarzana. La torre servirebbe a celebrare la vocazione commerciale di Sarzana. Ne è così sicura l’Amministrazione della città? Oggi le piazze commerciali sono virtuali, viaggiano con internet e sarà così sempre di più. Il linguaggio del commercio si è arricchito di nuovi termini, figli della rivoluzione tecnologica del nostro tempo. Oggi si parla di “long tail” (la coda lunga, un ragionamento che risale alla curva di distribuzione statistica dei prodotti di Vilfredo Pareto,1848-1923) per definire il passaggio dall’offerta di pochi prodotti di massa, tipico della società dei consumi, all’offerta di tanti prodotti con caratteristiche diverse: tante nicchie in cui diventa essenziale l’interazione con le comunità dei consumatori. Si parla anche di “nodi/utenti”, le comunità di clienti che si scambiano informazioni via internet sui prodotti e contribuiscono a definirne l’uso e le caratteristiche. Un esempio fra i tanti è il sito PETA per i vegetariani, che diffonde non solo ricette di cucina, ma contribuisce alla definizione dello stile di vita di chi si pone il problema del rapporto fra alimentazione e tutela dell’ambiente. Il “passaparola” viaggia su internet e ha raggiunto dimensioni indipendenti dalla distanza geografica degli utenti. Tutto questo rivoluziona le tecniche di marketing, di informazione sui prodotti.
Si parla anche di “commercio equo e solidale” e di “consumo critico”, criteri che riguardano quelli che (e non sono più una sparuta minoranza!) si pongono il problema del consumo responsabile, cioè che privilegiano le produzioni locali che rispettano l’ambiente. Ma ‘sta benedetta torre così alta e ingombrante, non rischia di diventare il monumento al passato commerciale della città di Sarzana, invece che al suo futuro?

4. Un edificio progressista. L’opposizione al cosiddetto “progetto Botta” non deve avere carattere regressivo. Quando serve si deve costruire bene e senza troppa nostalgia. Edifici tradizionali e architettura contemporanea, quando il progetto è buono, convivono bene e si valorizzano a vicenda. Un edificio che esprima il futuro di questa città me lo immagino alto, “magro”, pieno di tecnologia, limitato nei consumi, capace di produrre parte dell’energia che utilizza con il ricorso alle energie rinnovabili, parco nelle emissioni di CO2. Un edificio intelligente, dove si faccia terziario avanzato, ricerca, progettazione, adatto a stimolare le capacità imprenditoriali di questo territorio. Un edificio dove si studia, visto che nell’epoca di internet i campus universitari rappresentano un dispendio non necessario. Dove si investe in sapere e si studiano proprio le forme contemporanee del commercio per far nascere, da quelle riflessioni, nuove imprese capaci di navigare nei mari in tempesta della crisi e di affrontare i problemi del nuovo secolo.

Penso che la città abbia bisogno di un bell’edificio senza retorica, sobrio, laborioso come i sarzanesi, i quali sanno che le cose, se le vuoi, te le devi conquistare; e se vuoi conservare la tua importanza devi darti da fare. È possibile affidare alla matita dell’architetto Botta questo tema? Penso di sì, ma bisogna chiederlo al lui.

Lerici, 1.3.